Damiano Fasso artista contemporaneo

TREVISO – La Fondazione Venezia per la Ricerca sulla Pace, in occasione della Mostra Phantasmagoria Pacis ora in corso a Treviso presso il Museo Nazionale Collezione Salce, ha avuto la possibilità di collaborare con l’artista Damiano Fasso. Veneto di origine e residenza, l’artista viene da una formazione variegata che lo ha sempre portato a ricercare una diversità che si riflette anche nel suo lavoro, toccando diverse tematiche, tecniche e arti, portandola ad essere considerata non come un pericolo, ma come un arricchimento della vita.

Negli scorsi giorni Fasso è stato nei Paesi Bassi, dove ha esposto l’opera digitale Phantasmagoria Pacis nel museo Future Museum and Gallery di Maastricht. L’opera digitale comprende anche delle rivisitazioni di manifesti della Collezione Salce, che, a mostra terminata, verranno donati alla Collezione stessa. 

In questa intervista con Fasso siamo entrati nel vivo dei perché della sua arte: perché certe idee, perché certe tecniche e perché la Fondazione Veripa. 

Leggendo la sua biografia sul suo sito ho potuto notare che arriva da una formazione abbastanza diversificata: lettere, lingue e culture dell’Asia e poi Accademia di Belle Arti. In che modo queste realtà si riflettono nella sua arte oggi? 

Si riflettono nella pluralità di punti di vista e apporti che inserisco nelle opere, con elementi filosofici e letterari sia occidentali che orientali. Nello specifico di Phantasmagoria, sono presenti elementi di tutte le culture, come ad esempio quella azteca, buddista e himalayana, rappresentate in alcune delle immagini presenti nell’opera, come ad esempio il teschio di richiamo azteco. 

I temi principali che tratta sono la superficialità e le idee di incertezza, pericolo e precarietà che pervadono la cultura di massa contemporanea, quali sono a questo proposito le sue principali fonti di ispirazione?

Alcuni artisti e personaggi che mi hanno ispirato, ad esempio Sigmar Polke (le sue opere sono state esposte anche a Palazzo Grassi), artista tedesco dell’epoca post Seconda Guerra Mondiale, per quanto riguarda l’utilizzo delle immagini di sostanze tossiche, ma anche artisti della pop art (come James Rosenquist). Per Phantasmagoria infatti, mi sono ispirato al suo immaginario, in particolare nella sua opera “F111” in cui rappresenta le armi nell’opera. L’ispirazione viene poi anche dalle immagini piatte della cultura cinese e giapponese e dalla glitch art che si ispira ai glitch della tecnologia (visibile in Phantasmagoria) e all’immaginario anni ‘60/’70 caratterizzato da immagini pop e colorate. 

Per quanto riguarda le ispirazioni culturali invece, una delle mie fonti è il pensatore francese Jean Baudrillard, che ha teorizzato l’idea della società simulacro: viviamo gli eventi filtrati (oggi dagli smartphone) e ciò crea confusione, viviamo infatti tutto filtrato rispetto alla realtà, percependolo distante. Secondo il pensatore tutto è iniziato con la guerra del Golfo, quando a causa delle immagini che ci arrivavano attraverso la televisione la guerra si viveva come un videogioco. Non abbiamo più la distinzione tra quello che è vero ed importante e quello che non lo è, anche la guerra a Gaza non viene percepita come vera, appare dunque meno impattante e importante. 

Anche il senso di sospensione fuori dal tempo viene da altre letture, un po’ dai pensatori giapponesi e un po’ da Pessoa. 

L’ultima mostra che ho fatto, Chronotopie, si ispira poi al concetto di Chronotopo: attraverso le mie opere creo un cortocircuito spazio-temporale, mettendo insieme fonti e culture diverse per stimolare una riflessione sul mondo e sull’umanità nel suo complesso.  

La sua tecnica è molto particolare, fonde installazioni, pittura, video e videoarte. Questa sua metodologia di lavoro infatti non è molto conosciuta, ci può raccontare come ci si è approcciato e perché la rende sua? 

L’approccio è stato graduale, già dai miei esordi nei primi anni del 2000 ho iniziato a praticare la videoarte, salita alla ribalta internazionale con la Biennale del ‘99. Il salto di intensità poi è stato abbastanza naturale quando verso il 2022 c’è stato il boom della criptoarte degli nft. In quel periodo mi sono preso un po’ di tempo per studiarli e poi li ho sviluppati in video. Questo strumento poi mi ha concesso di unire la pittura digitale alla tecnologia. Con la Fondazione ha collaborato alla mostra Phantasmagoria Pacis che è oggi aperta fino al 9 novembre 2025 a Treviso, e in questa esposizione ha creato un’opera digitale attraverso l’Intelligenza Artificiale. Come mai ha deciso di utilizzare questo mezzo? 

L’Intelligenza Artificiale è qualcosa di cui volevo sfruttare le potenzialità, di cui si parla tanto e che spesso viene criminalizzata e demonizzata, volevo invece vedere se potevo utilizzarla per fare qualcosa di buono. Il processo non è semplice, ogni singola immagine è un prompt, una immagine che deve essere generata, ad esempio i palazzi che compaiono in Phantasmagoria, sono tutti fatti uno per uno e poi messi uno sopra l’altro come in un collage e poi animati, successivamente gli sfondi vengono dipinti a mano e uniti alle immagini.
L’IA però può dare anche vantaggi come aiutare con l’uniformità stilistica. Ad esempio dal punto di vista visivo di percezione, volevo dare un senso positivo all’opera, ma gli elementi che stavo utilizzando erano negativi, come immagini e simboli legati al consumismo e alla guerra. Li ho voluti allora rovesciare con l’IA per vedere se questi elementi riuscivano ad essere utilizzati in chiave pop. 

La difficoltà maggiore è stata poi accostare le immagini alla musica di Bach. Il brano Dona Nobis Pacem è una musica sacrale e importante, ma io non volevo dare quel sapore alla mia opera, quando si parla di pace si pensa spesso a colombe e Madonne, io volevo rappresentare la realtà più contemporanea e tangibile. Ho iniziato così a lavorare sulle immagini senza considerare la musica, infatti all’inizio dell’opera c’è un effetto dissonante (con le immagini ad esempio dei carri armati), poi man mano che il video va avanti le immagini si legano alla musica, e dalla dissonanza nasce l’unione. L’arte ha abbracciato l’IA già da un po’ di anni, è la nuova frontiera, si chiama arte digitale. Il mio non è stato altro che abbracciare uno strumento che già esiste. L’artista deve guardare avanti e sfruttare gli strumenti del suo tempo, non è un dovere, ma un bene tenersi al passo con i tempi. 

Come si collegano i suoi temi ed i suoi strumenti alla tematica della pace?Dalla diversità può nascere l’unione, dall’accostamento di fedi, culture, colori diverse nasce una grande ricchezza da cui nasce la pace. Questo concetto lo possiamo accostare alle persone, ma anche alle arti, io accosto elementi apparentemente caotici che uniti mi restituiscono una visione del mondo arricchita e con un elemento aggiunto di speranza.

Di Stella Guizzardi

Ti è piaciuto questo articolo? Puoi condividerlo con: